DIECI ANNI SENZA IL PADRE FRANCO E SENZA LUCA DE FILIPPO, MA CON ENTRAMBI SEMPRE ACCANTO: NEL PENSIERO, NEI GESTI, NEL RIGORE CON CUI AFFRONTA LA VITA E IL PALCOSCENICO. ATTRICE E CUSTODE DI UN’EREDITÀ PROFONDA, CAROLINA ROSI RACCONTA COME SI PUÒ CONTINUARE A VIVERE E A CREARE NELLA FEDELTÀ AI MAESTRI, TRASFORMANDO LA MEMORIA IN FORZA E LA QUOTIDIANITÀ IN UN ATTO D’AMORE VERSO L’ARTE E LA VITA.
- Dieci anni senza tuo padre e senza Luca. Due figure immense, due presenze che hanno segnato la tua vita personale e artistica. Cosa è venuto a mancare — e cosa invece continua a vivere dentro di te, ogni giorno, nel lavoro e nella vita? La vita bisogna davvero accoglierla come un dono e accettarne le assenze che prima o poi arrivano per ognuno di noi; certo mio padre e Luca mi mancano anche se sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa. Eppure il dialogo con loro continua ogni giorno e quel senso di smarrimento che avvertivo, ora non prende il sopravvento, perchè nei momenti in cui devo decidere e avrei bisogno di confrontarmi con Franco o con Luca, so che sono dentro di me. Franco è stato prima di tutto un padre amorevole e rigoroso allo stesso tempo, ha raccolto le mie delusioni di bambina ma riflettere, ad essere indipendente anche nelle decisioni, a non arrendermi davanti agli ostacoli. Mi ha preso la mano accompagnandomialla scoperta dell’arte, del cinema, del teatro. Luca è stato l’amore tra un uomo e una donna, un rapporto profondo durato più di trent’anni, fatto di complicità, di decisioni a volte dolorose ma vissute insieme, di giornate trascorse godendoci il mare che amavamo entrambi, o respirando polvere di palcoscenici differenti, dopo aver percorso ore in autostrade, scoprendo l’alba nella periferia di una nuova città, discutendo di teatro o commentando la notizia ascoltata alla radio o ridendo perché sì, con lui ho riso tantissimo. La nostra unione è stata anche artistica, anno dopo anno abbiamo portato in scena le opere di Eduardo ma anche Moliere, Pinter, Beckett, Feydeau.
- Il valore dell’eredità. Essere figlia di Francesco Rosi e compagna di Luca De Filippo significa aver respirato arte, disciplina, pensiero. Come si porta avanti un’eredità così grande senza esserne schiacciata, ma trasformandola in nuova linfa creativa? Luca aveva la saggezza e i modi di fare simili a quelli di mio padre. Entrambi mi hanno lasciato l’amore per la vita ed un senso dell’ironia colta ed intelligente che li accomunava. Io mi sforzo ogni giorno di avere i piedi per terra. Di essere concreta e umile come Luca, come Franco, ma soprattutto di essere Carolina con il mio carattere, con la voglia di godere ogni piccolo istante. So bene che ciò che sembra impetuosità nasconde una fragilità che accetto, perché anche quella mi definisce; credo di aver raggiunto una maturità che oggi mi permette di fare scelte ponderate, come quella di dedicarmi soprattutto alla mia azienda agricola la Scovaventi. Ecco il contatto con la terra con i suoi cicli, con la sua creatività, con la sua forza, non finisce mai di stupirmi. Di sorprendermi.
- L’insegnamento dei maestri. Tuo padre e Luca erano due artisti diversissimi, ma accomunati da una visione profonda dell’uomo e del mondo. C’è un insegnamento — o un gesto — che senti di aver fatto tuo e che ti accompagna nei momenti cruciali del tuo percorso? Luca diceva di aver trovato in Franco di nuovo un Maestro come lo era stato Eduardo. Ecco ritrovo loro come miei maestri, nel rigore con cui cerco di affrontare qualsiasi problema, nel senso di responsabilità che ho dentro che non mi fa fermare anche quando vorrei mollare tutto. Guardo avanti, non getto mai la spugna.



- Il teatro come luogo di memoria e rinascita. Con la Compagnia di Luca De Filippo porti avanti un’eredità teatrale che affonda le radici nel genio di Eduardo. Che cosa rappresenta oggi per te il teatro? È ancora un luogo dove curare, ricordare, reinventarsi? Eduardo diceva di non credere a chi affermava “il teatro è morto”. Eduardo e Franco pur appartenendo a generazioni diverse, erano davvero simili nella capacità di osservazione del mondo e di sé stessi, nella capacità di indignarsi, nel darsi completamente, sul palcoscenico l’uno, dietro la macchina da presa l’altro. Per me il teatro è un luogo dell’anima, ma anche uno spazio dove è possibile demolire ogni censura, dove è possibile invitare sé stessi ed il pubblico alla riflessione, a decidere, a scegliere. Per questo metto in scena l’ultima regia di Luca Non ti pago, per ricordare Luca ma anche per me.
- La Carolina privata. Lontano dal palcoscenico e dalle luci, chi è Carolina Rosi oggi? Quali sono i tuoi riti, i tuoi silenzi, le piccole cose che ti fanno sentire vicina alle persone che ami e al senso profondo del tuo mestiere? Lontano dal palcoscenico mi rifugio nella mia casa romana, dove ritrovo le radici, la mia infanzia. Poi appena posso scappo nella mia casa toscana tra i miei ulivi. Per stare bene, mi basta la presenza di amici con i quali condividere un buon bicchiere di vino e del buon formaggio da intingere nel miele al peperoncino di nostra produzione. Mi basta partecipare con i miei collaboratori alla raccolta di olive o di melanzane. E quando arriva l’ostro il vento caldo del sud, allora chiudo gli occhi per un solo momento, cercando le voci di chi ho amato. L’ostro mi avvolge e li rivedo seduti accanto a me confusi nel tramonto, mentre ancora una volta mi bisbigliano: dai va avanti!
- Il futuro e i nuovi progetti. C’è un nuovo capitolo che stai scrivendo, un progetto che ti emoziona e che senti in continuità — o in rottura — con la tua storia familiare e artistica? Ogni capitolo che viviamo allo stesso tempo segna rottura e continuità, tradizione e innovazione, a dirla sempre con le parole di Eduardo. Per me si apre un nuovo capitolo quando mi emoziona un progetto, un’idea; quando riesco a fondere l’amore per la terra con l’amore per il teatro, offrendo oggi la mia esperienza di donna, di imprenditrice, di attrice, alle soglie dei sessant’anni.
- Lo sguardo sul tempo. Guardandoti indietro, tra cinema, teatro e vita, quale pensi sia il dono più grande che hai ricevuto da persone straordinarie che hai avuto vicino — e quale desideri lasciare tu alle nuove generazioni di attori e spettatori? Come ho detto credo che la lezione più importante sia stata l’affrontare la vita sempre come un dono, vivendo con curiosità quanto accade, emozionandomi per un racconto o per piccole cose, rispettando gli altri, ma anche indignandomi senza mai concedere nulla a ciò che potrebbe ledere la mia libertà di pensiero. Alle nuove generazioni di attori e spettatori l’invito allo studio, a conoscere il nostro cinema, il nostro teatro, a fare propria la capacità di chi ci ha preceduti di ribellarsi al potere, di sentirsi sempre cittadini e mai schiavi.



